Wednesday, December 7, 2016

Quando la maggioranza è un premio - Referendum e dintorni


Prima delle urne avevo fatto notare ai miei conoscenti che, sommando le percentuali ereditate alle ultime elezioni politiche dai partiti che si erano opposti alla riforma costituzionale in Parlamento, si otteneva circa almeno un 56-57% di elettori potenzialmente contrari (il computo soffre dell'indeterminazione del peso degli esclusi dal Parlamento e dei passaggi di campo al suo interno). Questo era uno dei vari motivi per cui mi opponevo alla riforma, poiché varata a maggioranza semplice, promossa da un partito che nel manifesto istitutivo aveva ripudiato tale pratica e gonfiata in sede di approvazione dai numeri del premio di maggioranza giudicato incostituzionale. Se da un lato non era scontato che le percentuali dei Sì e dei No si attestassero su quei livelli, dall'altro tale era la situazione ai blocchi di partenza ed era necessariamente nota ai partiti che hanno votato la riforma: evidentemente la proposta non ha consentito che si oltrepassassero in massa le classiche barriere elettorali, o se lo ha fatto, tanti sono passati da una parte quanti dall'altra (ipotesi sostenuta da uno studio dell'istituto Cattaneo). Chiara, quindi, la responsabilità di chi prima ha arditamente proposto, e poi non ha convinto.

Stupisce, quindi, che ci si stupisca delle proporzioni della sconfitta, ripeto non scontate ma certamente nell'ordine delle cose. Stupisce ancora di più che si arrabbino coloro che hanno votato Sì: non erano essi stessi ad avere sostenuto che una minoranza può avere diritto di governare contro le "accozzaglie"? Beh, il 4 dicembre le urne hanno certificato i numeri in campo. Sembra che l'esito del voto in sé voglia confermarci la forzatura antidemocratica insita in ogni proposta di sistema a forte connotazione maggioritaria: la sinergia di legge elettorale e riforma costituzionale avrebbe voluto restituirci un paese dove le idee in minoranza diventino norme da condividere per tutti. Non importa, in questa prospettiva, che tanti abbiano votato No per seguire l'onda politica del proprio partito o movimento, senza aver ben compreso le implicazioni dell'innovazione costituzionale proposta(*): conta constatare che le norme di legge possono sì trasformare una frazione minoritaria in forza di governo, ma non possono magicamente tramutarsi, mutatis mutandis, anche in opinioni di maggioranza. Non è nemmeno da escludere, visti l'egocentrismo e megalomania del politico italiano medio, che quando i nostri rappresentanti siedano in Parlamento si convincano che le parti del popolo siano suddivise come lo sono i loro seggi e che anche per questo prendano delle toppe così vistose: qualcuno dovrebbe comunicare loro che lo squilibrio del premio di maggioranza, prima ancora che oggetto di valutazione costituzionale, è stato sin dal primo istante un fatto matematico certo.


(*) Non si comprende perché, come fa ad esempio Serra, il problema di quanti abbiano votato "per partito preso" debba essere riscontrato o sottolineato solo tra i sostenitori del No e non anche del Sì.

Saturday, December 3, 2016

Per non perserverare nell'errore.

Ho rimosso un post perché contenente inesattezze. Parte dell'articolo 67 viene recuperato nel 55.

Monday, November 14, 2016

Perché No? L'onere di convincermi.

Perché No? Quando viene posta questa domanda, sembra che si dia già per scontato che il superamento del bicameralismo perfetto (o paritario) sia un bene di per sé e che quindi si debba giustificare il proprio no con altri argomenti. Al contrario, io sono di partenza un bicameralista che ritiene il prezzo da pagare (procedimenti legislativi più macchinosi) ben compensato da una maggior tutela democratica. Entrambe le camere devono votare la fiducia e questo già garantisce maggioranze uniformi, il resto è politica italiana.

Ciò detto, sarei aperto ad una rivisitazione di questa mia posizione, ma solo di fronte ad una riforma stra-convincente: rinuncerei ad un principio, ma guadagnerei una Costituzione migliore. Ebbene, questa via non è stata nemmeno tentata, perché nella sostanza l'argomento più usato dalle persone con cui parlo è all'insegna del "meglio di niente", declinata talvolta con il "si potrà sempre ritoccarla per migliorarla". Ebbene, a me tutto ciò non basta: l'onere della dimostrazione spetta a chi cambia, non a chi non vuol cambiare, e io argomenti così convincenti non ne ho visti.

Volete un esempio di tutela democratica che non sia stata prevista? Il Senato, pur depotenziato, avrebbe dovuto avere potere di ricorso diretto alla Corte Costituzionale. Perché questa norma, pensata sin dai tempi delle proposte marcate Ulivo, non è stata nemmeno valutata?

Gli argomenti che parlano di "riduzione dei costi della politica" non sono nemmeno degni di una vaga attenzione: con questa riforma vengono stravolti gli assetti istituzionali e che la conseguenza collaterale sia un piccolissimo guadagno in cifre mi sembra giocoforza elemento trascurabile (che potrebbe valere al più come ago della bilancia in una situazione sostanzialmente pari). Per capire l'assurdità di questa visione basterebbe proporre un caso estremo: facciamo una riforma che elimini Senato, Presidenza della Repubblica a Corte costituzionale tout court. La votereste sulla base di un principio di economicità di spesa?

A ben guardare, giorno per giorno i motivi per opporsi alla riforma tendono ad aumentare, piuttosto che diminuire, nel senso per esempio che le strategie di propaganda messe in campo dai promotori del (come quella appena esposta) tendono ad evidenziare la natura politica di questa manovra istituzionale. Un esempio è la famosa lettera di Renzi ai residenti all'estero, che per espressa affermazione dei vertici del partito è stata spedita da Renzi "in quanto segretario del Pd", senza quindi intermediazione di un comitato promotore. Qui non si tratta di un referendum abrogativo, eppure il Pd per l'ennesima volta ne sottolinea la natura squisitamente politica, quasi personalistica. Beninteso, non che gli altri partiti non facciano lo stesso: ma come ho spiegato prima, io voglio essere convinto delle ragioni del , poiché è il no la mia modalità di default, anche per ovvi motivi storici (la Costituzione com'è ci ha fatto risorgere dalle ceneri). Allegare al referendario motivi strettamente politici è un fatto per me disdicevole, ed è pratica iniziata con la "minaccia" di dimissioni (poi ritirata) dell'attuale Presidente del Consiglio in caso di vittoria del no: ciò perché il governo Renzi passa, l'opposizione passa, ma questa riforma è destinata a restare, forse per altri settant'anni, e trovo inaccettabile sostenerla con posizioni politiche contingenti.

In coda ma non ultimo, la riforma è stata votata da una maggioranza di seggi che è rappresentante di circa un mero terzo di elettorato, che ha potuto far valere il peso di numeri frutto di una legge elettorale dichiarata incostituzionale e che non ha tentato una più ampia condivisione. A guida di questa strategia un partito, il Pd, che ormai da anni chiedeva voti affermando che le riforme dovevano essere condivise; un partito che vota una propria esclusiva riforma in Parlamento, quasi in solitudine, e che poi è giocoforza costretto a spedire lettere per chiedere di confermarla, quando sarebbe bastata una maggioranza parlamentare qualificata per non dover ricorrere ad un referendum confermativo.

Tuesday, November 3, 2015

Cartoline commoventi

Se non erro, per il nostro codice è abuso d'ufficio anche quando si usa l'autorità da esso discendente per influenzare decisioni di altri uffici, sulle quali questi ultimi hanno competenza esclusiva. Sempre se non erro, il commissario straordinario è di nomina strettamente prefettizia. Questi due retaggi della mia scarsissima memoria in temi (giuridici) di cui sono quasi totalmente digiuno hanno stimolato in me una spasmodica curiosità riguardo a cosa intendesse il nuovo commissario romano dicendo: "Con il prefetto di Roma Franco Gabrielli sono in perfetta sintonia. E ho sentito Renzi ieri e gli ho manifestato tutto il mio orgoglio per aver avuto fiducia in me". In particolare, mi chiedo come egli avrebbe inferito la fiducia del suddetto (è un indovino?) e in che modalità tale fiducia possa essere posta in relazione con la sintonia col prefetto. Non è tanto il ringraziamento della fiducia a solleticarmi, quanto il fatto che questa non sia stata coniugata al presente ("orgoglio per aver fiducia in me") ma al passato ("orgoglio per aver avuto fiducia in me").

(Dedicato al saluto di Malvino)

Sunday, June 1, 2014

Perché i sondaggi sbagliano, punto interrogativo

Se la memoria non mi inganna, all'indomani delle lezioni politiche 2013 i maggiori istituti di sondaggio italiani furono di nuovo tutti in grado di illustrare un panorama delle preferenze politiche dei cittadini italiani perfettamente compatibile con il risultato appena uscito dall'urna. Questo, nonostante avessero appena preso delle cantonate su alcuni partiti sino a tre giorni prima del voto. Alcuni esempi: aver nettamente sottostimato il successo del movimento di Grillo, parzialmente quello de Berlusconi, aver nettamente sovrastimato le preferenze per Monti & co., parzialmente sovrastimato la forza del PD. Alcune di queste discordanze possono essere fisiologiche, ma una me ne colpì: Il M5S era dato attorno al 15% appena qualche giorno prima, poi prese il 25%. Dalla settimana successiva, per tutti i sondaggisti che apparivano in Tv il M5S era stabilmente nelle vicinanze del 25%. Ricordo che questo fatto mi colpì molto ed oggi mi ha indotto ad una riflessione che esporrò.

Nel corso di questo ultimo anno, il M5S ha oscillato nelle previsioni tra il 19 e il 26 percento. Nel frattempo è moderatamente cresciuto il PD. A tre giorni dal voto, ormai tutti davano il primo tra il 25 e il 29 e il secondo tra il 30 e il 34. Voglio qui evidenziare un dato e fare una previsione.

Il dato su cui concentrarci adesso è quello dell'Istituto che fa i sondaggi per Mentana: nel giro di un'ora, ha prima dato il PD al 34% con gli exit poll (le interviste all'uscita del seggio, qui assumiamo che siano state effettivamente raccolte come presumo da contratto); poi lo ha dato quasi al 40% con la prima proiezione su un piccolissimo campione (ma scelto con criteri statistici) di schede scrutinate (le famose proiezioni). In effetti, il PD ha poi superato il 40% una volta finiti i conteggi su tutte le schede. Decade definitivamente la spiegazione mitologica che vuole il ribaltamento della convinzione degli elettori a pochi giorni oppure ore dal voto: dopo che avevano votato, gli elettori apparentemente le sparavano ancora grosse nelle interviste.

La mia previsione consiste nell'anticipare che in tutti i prossimi sondaggi, di tutti gli istituti statistici maggiori, da lunedì stesso il PD si attesterà intorno al 40% o più. Se questo evento si verificherà, reputo che ciò possa costituire l'evidenza di un gravissimo errore di fondo nel metodo.

A chi ha un minimo di dimestichezza con le regole della statistica, gli eventi citati su (andrebbe aggiunto a questo punto il celebre "recupero" di Berlusconi, guardacaso attribuitogli proprio durante il silenzio elettorale nel 2006) non trovano soddisfacente spiegazione e non sono compatibili con alcuna ipotesi di correttezza dello studio statistico. Per capirlo è sufficiente invocare gli stessi istituti, estremamente abili nel prevedere la percentuali dei partiti quando analizzano i piccolissimi campioni di schede votate. In effetti, quando un campione viene scelto correttamente, cioè con un corretto criterio in modo che racchiuda tutte le componenti del totale della popolazione, esso può essere di taglia estremamente piccola e dare risultati straordinariamente corretti, cioè vicini al dato reale su tutta la popolazione.

Ci viene fornita una spiegazione ricorrente: una parte dell'elettorato non fornisce risposte fedeli, se intervistato. Viene invece qui rigettata, visto l'errore riportato degli exit poll, la giustificazione che invoca repentini "cambi di casacca" proprio nell'imminenza del voto: gli exit poll sono censiti dopo il voto, e non prima, ed erano errati come i sondaggi, e non certo azzeccati come le proiezioni. Sono dunque d'accordo solamente con la prima osservazione: è possibile, e non possiamo del tutto escluderlo, che gli istituti scelgano correttamente i loro campioni statistici da un punto di vista "distributivo", ma sono i campioni stessi intrinsecamente ad essere non rappresentativi, poiché la parte di intervistati che non risponde o risponde infedelmente non si distribuisce in modo proporzionale al totale della popolazione ma è partito-dipendente.

Ritengo che l'errore in questo caso risieda proprio nel fatto che tutti gli istituti statistici italiani abbiano tentato di incorporare la tendenza menzionata nelle loro valutazioni statistiche, finendo per diffondere maggiormente l'errore.

L'ipotesi che faccio è un'ipotesi di studio. Non sono al corrente dei metodi usati dagli istituti italiani, del resto sono tutti restii a parlarne in pubblico. Grave errore, unito al fatto che non ci viene spiegato in modo coerente e razionale quale fenomeno abbia sistematicamente sbugiardato il loro lavoro di un intero anno proprio al momento della tornata elettorale. Ci vengono solamente proposti dei sondaggi nuovamente "coerenti" solo dopo le elezioni, come se l'errore fosse stato prontamente corretto. Ad ogni anno successivo, invece, la dissonanza si ripresenterà puntuale al momento del voto.

L'ipotesi di fondo, dicevo, è che gli istituti di sondaggio compiano tutti lo stesso errore sistematico. Il fatto che sbaglino tutti, apparentemente in modo indipendente ma reciprocamente concorde, sembrerebbe indurci a pensare ad un reale comportamento erratico della popolazione italiana, a riflettere cioè una reale disconnessione tra risposta ad un'intervista e voto nell'urna, che giunga a catarsi il giorno delle elezioni, per poi stabilizzarsi per qualche tempo dopo. Ma se l'errore è sistematico, al contrario saranno sempre tutti gli istituti a sbagliare in solido e mai uno solo, semplicemente perché quell'errore di metodo viene adottato da tutti. Questo errore di metodo consisterebbe a mio avviso in un tentativo (errato, a questo punto) di compensare, tramite la definizione del campione ed (od) i pesi da attribuire alle singole risposte, la correlazione tra infedeltà nella risposta e la preferenza partitica. O tra reticenza alla risposta e quest'ultima. Forse questo sistema viene copiato da un istituto all'altro, o forse appare solo a tutti il più logico. Potrebbe darsi che parte dell'induzione all'errore provenga dalla necessità comunque di assecondare il committente, che mai vedrebbe con favore un sondaggista del 2013 che il giorno dopo il M5S al 25% pretendesse di darlo di nuovo al sedici o meno.

Illustro qui a grandi linee ed in modo molto schematico, ma solo a titolo di esempio, come uno di questi ipotetici meccanismi compensativi, che generano errori statistici sistematici, potrebbe funzionare. Mettiamo che nel momento storico T, analizzando le risposte ai quesiti posti in un campione di interviste e i risultati elettorali, in una certa parte discordanti, un istituto statistico verifichi che sia plausibile che: chi vota il partito X tende più di altri a dichiararlo esplicitamente; tra coloro che si dichiarano indecisi i simpatizzanti del partito Y sono prevalenti; se un intervistato sceglie di non dare alcuna risposta e rifiuta il sondaggio, accade più spesso che sia un elettore abituale del partito Z invece che di X o Y. A questo punto gli esperti decidono di assegnare dei particolari pesi statistici in sede di analisi numerica alle risposte "voto X", "sono indeciso", "non voglio rispondere", in modo tale che le interviste tornino ad essere una fedele rappresentazione dell'elettorato. Questo sistema è una sorta di registrazione del metodo di conteggio delle risposte.

Fino all'elezione successiva, gli esperti si sentiranno rinfrancati dal fatto che il flussi seguano andamento regolare, senza sbalzi, e riflettano le notizie politiche. E dal fatto che i colleghi dicano le stesse cose. Ma arriva una nuova elezione ed accade il patatrac: la previsione salta completamente, tutti gli istituti fanno una momentanea figuraccia in solido, ma in tutta fretta e furia i pesi vengono aggiornati e nuovamente registrati, e il profilo dell'intervistato medio ad una settimana o due dal voto torna ad essere in linea con l'ultimo risultato elettorale. Cosa è successo nel frattempo? Semplice, quei pesi hanno completamente mascherato i flussi delle preferenze politiche da un partito all'altro, poiché tali flussi avvengono in maniera preponderante proprio all'interno dei gruppi di coloro che si dichiarano indecisi o non vogliono rispondere. Li si è assunti statici, ancorati alle preferenze dell'elezione precedente. Si tratta di persone che stanno cambiando idea, ma il loro peso statistico viene congelato dal fatto che vengono assegnati di default a Y o Z. La perdita di convinzione degli elettori di X viene invece mascherata dall'assunto che siano restati i più determinati vita natural durante.

Il meccanismo di compensazione descritto, nel dettaglio, potrebbe non essere quello di assegnare dei pesi, ma solamente di forgiare dei campioni di indagine selezionati ad hoc. Sarebbe comunque una sorta di bias indotto che troverebbe giustificazione solo sull'assunto che esistano fisse tipologie di cittadini elettori.

Attendiamo ora i prossimi sondaggi, in linea con il PD al 40% e oltre, come d'incanto coerenti con le urne di fine maggio.

Monday, September 9, 2013

Thursday, August 15, 2013

La prova regina

A pensarci bene, l'argomentazione vuol farsi apparire articolata ma si può grossomodo sintetizzare così: un nugolo di giudici in Italia sarebbe reo di non considerare, o di non aver considerato, durante il giudizio, otto milioni di voti come elemento oggettivo di prova a discarico di un tal imputato. Indi per cui, all'apice della carriera e della fama, e avesse malauguratamente voluto, Roberto Baggio avrebbe potuto tranquillamente delinquere a destra e a manca senza dover essere considerato reo di alcunché.

Di recente ho assistito ad una difesa d'ufficio e di principio implicitamente di simil tenore da parte della Gelmini, che è poi scivolata in un altro svarione logico. All'argomentazione un giornalista aveva appena opposto altresì l'esempio di Vito Ciancimino, per osservare come l'aver ricevuto, e a più riprese, moltissimi voti elettorali non ha di norma alcun peso durante la valutazione di gravi reati da lui commessi né è garanzia d'innocenza. Ella ha replicato che non era tollerabile paragonare Berlusconi a Ciancimino. Non so di preciso cosa valutino durante i concorsi pubblici in Calabria, ma non era quello il paragone. Ma Roberto Baggio andrà sicuramente meglio (*).

(*): il calciatore in questione mi perdonerà sicuramente perché comprenderà benissimo, al contrario dell'eccellente, che né lo stavamo paragonando a Berlusconi né imputandogli malefatte. Firmato: con simpatia e stima.

Tuesday, June 18, 2013

Cartina al tornasole

Una senatrice del Movimento (al secolo Gambaro) aveva addebitato l'insuccesso elettorale nelle ultime elezioni amministrative ad alcuni comportamenti del suo capo. I parlamentari suoi collegi ieri si sono chiusi in gran segreto per quattro ore per votare sulla sua espulsione, ma tanto avrebbero potuto fare anche sulla rete di distribuzione idrica tedesca, visto che "l'ultima parola spetta alla rete": cioè quel voto non si sa come sia maturato, non si sa come la donna si sia difesa, e il voto è comunque totalmente inutile e privo di conseguenze. Un sondaggio, nella sostanza, questo è l'appellativo giusto.

Ovviamente il voto in rete presenta ora un bel dilemma logico: se voti a favore della senatrice sei contro il capo del Movimento, ma se sei contro il capo sei anche fuori dal Movimento, e quindi non dovresti avere diritto di voto in rete, e quindi il tuo voto non dovrebbe essere valido.

Detta così suona inutilmente sarcastica o ingenerosa? Direi di no, perché il capo è colui che sempre e solo decide chi ha diritto di voto "in rete". Tanto che, pochi giorni or sono, era arrivato addirittura, molto temerariamente, a proporre un sondaggio su sé stesso.

In conclusione. Quello che penso da mesi è che se uno volesse avere la prova definitiva della disfatta della politica italiana, reduce da vent'anni di gestione irresponsabile e truffaldina, può trovarla nel suo prodotto finale, nel suo punto di approdo ed epilogo, che in linea assolutamente teorica avrebbe dovuto rappresentare l'elemento di rottura, la rivoluzione dal basso, la risalita fiera dagli inferi: il Movimento 5 Stelle, cartina al tornasole di un popolo incapace di uscire dalla vignetta che si è disegnato intorno.

Sunday, May 5, 2013

Se l'elettore non premia il merito

Le recenti vicende intorno al Partito Democratico hanno avuto l'effetto di stimolarmi una riflessione, che in verità mi aveva già investito in passato, nella forma di classico adagio: "siamo governati da chi ci meritiamo". A ben vedere è molto più frequente che ci si scrolli di dosso questa ipotetica infamia e si preferisca relegare l'autocritica nello scantinato delle virtù dei timidi. Questo è anche uno dei motori che muovono il successo elettorale del Movimento Cinque Stelle: otto milioni di elettori che difficilmente ammetteranno di aver sbagliato nelle precedenti votazioni e si scagliano col fiero piglio dell'illibato contro il mostro violentatore della Seconda Repubblica. La stessa cosa accadde in verità durante il tramonto della Prima Repubblica, dacché si preferì convincersi di aver valutato sempre nel giusto, che i segnali di quel che stava per accadere fossero stati inesistenti o invisibili qualche anno, mese o settimana prima e che la colpa non poteva che essere nei mutanti della politica, che da degni della fiducia del popolo i giorni dei suffragi si trasformarono inspiegabilmente ed imprevedibilmente in irresponsabili ladri e sfruttatori. Ebbene, credo che in questa fase sia io stesso a dover rivalutare in modo estremamente critico i miei gravi e ripetuti errori del passato, prendermi il mio peso di responsabilità per aver creduto che un partito, sì pieno di difetti e a tratti imbarazzante, avesse in qualche modo chiaro il cancro che ha afflitto questo nostro paese per vent'anni, evidente la malsana e inestricabile sequela di catene, vincoli, azioni, conseguenze che imbrigliavano in una melma pesante ogni vago e timido alito verso una crescita definitivamente matura, compiutamente europea e definitivamente liberal dell'Italia: lo avesse chiaro ma non fosse in grado, o non avesse forza e autorevolezza per scrollarselo di dosso. Mi sbagliavo: quei personaggi non devono affatto averlo chiaro, mai averlo avuto chiaro, non lo hanno mai capito e hanno sempre e solo recitato una parte, probabilmente perché portava voti.

Ecco, io ho sbagliato e non altri, ma a questo punto devo necessariamente tornare alla riflessione iniziale: come possiamo prevenire i nostri errori? Ebbene, sì, possiamo prevenirli, se lo vogliamo. Se lo avessimo voluto, li avremmo prevenuti. Ma non siamo nemmeno capaci: male allenati ad usare gli strumenti che abbiamo a disposizione, li rigettiamo ed è per questo, non altro, non per colpa della "casta", che siamo ridotti come siamo.
Illustro dunque cosa mi ha stimolato la riflessione e quale questa sia stata: ho notato quanto molte persone di mia conoscenza di quella città, assolutamente sdegnati, inorriditi oppure delusi - a seconda - delle più recenti mosse del PD stiano molto attivamente sostenendo la candidatura di Ignazio Marino a sindaco di Roma (pur permanendo in generale nel loro segno, disgusto, orrore, delusione). Mi è tornato alla mente un breve dialogo di pochi anni fa, quando a correre per la segreteria del PD si ritrovarono Bersani, Franceschini e lo stesso Marino. Personalmente non stavo accingendomi a votare, ma espressi ad un mio amico che stava per farlo la mia convinzione che Marino sarebbe stata la scelta senza ombra di dubbio migliore, sia per i contenuti che per un certo potenziale di immagine. Mi sentii rispondere: "sì, sicuramente non c'è dubbio, Marino è di gran lunga il migliore, ma certamente non vincerebbe e quindi voterò X". Ecco, io mi chiedo se non sia stata la maggioranza a votare con questo retropensiero e come le cose oggi sarebbero diverse da come lo sono se la base del PD non avesse (più e più volte) scelto di non scegliere. Lo stesso partito oggi tanto bistrattato mette tutti noi di fronte alla responsabilità della scelta, ma noi ci rifiutiamo in qualche modo di attuarla fino in fondo.

In una certa misura credo che sia anche questo il più grande limite della democrazia: il non rendersi conto di chi ne usufruisce, spesso, di poter scegliere, lasciandosi invece convincersi di dover scegliere.

Tuesday, April 23, 2013

Ti conosco mascherina, e per questo mi piaci

È francamente penoso immaginare la quasi totalità dei partiti della Seconda Repubblica recarsi dal Presidente della Repubblica uscente con i panni intimi sporchi, chiedendo di essere aiutati nel cambio perché incapaci di portare a termine da soli la più esemplare delle operazioni democratiche di un parlamento. Immagine ridicola da parte di dirigenti ed esponenti tanto pomposi e spavaldi davanti alle telecamere o sui manifesti elettorali quanto insicuri e spauriti davanti alla banalità di quattro o cinque scrutini andati in bianco. Ritengo che Napolitano bene avrebbe fatto a rifiutarsi, ricordando loro di stare lì perché sono stati votati.

Non credo che si ricordino molti stillicidi politici simili a quello che si è consumato con la seconda elezione di Giorgio Napolitano. Depositata la sabbia alzata dalla forte tempesta, che da simpatizzante di sinistra ha rappresentato, forse in assoluto, il momento più basso del rapporto tra sentire e partito propri, mi viene adesso quasi da guardare alle tribolazioni del PD come allo smottamento sovrastante ad una faglia tra due placche: la Seconda Repubblica da un lato, dall'altro un paese ormai insofferente e collerico verso una classe dirigente politica che si arrocca nel momento stesso in cui si dichiara fallita. Il PD era il punto posto al confine tra queste due masse che premevano l'una contro l'altra, e si è spaccato. Al di là della faglia, partiti come PDL, i centristi, persino la Lega hanno sostenuto, senza tentennamenti di sorta, prima Franco Marini e poi Giorgio Napolitano, rappresentanti quantomai emblematici della sinistra della Prima e Seconda Repubblica, fatto che di per sé sarebbe considerato sconcertante e persino sospetto in un paese normale, digerito chi lo sa come dall'elettorato, ma passato per pacifico e naturale da quasi tutta la nostra stampa. Purtroppo il PD, dopo essersi spaccato, è ricaduto dal lato sbagliato, almeno secondo la maggior parte del proprio elettorato (è facilmente intuibile).

Personalmente, al di là di ogni previsione è stata la delusione per l'allora segretario Bersani. Ritenuto da me, come penso da molti, forse sì carente in quanto a carisma e risolutezza, troppo spesso tentennante, ma uomo affidabile e onesto. Virtù che non si sono proprio viste emergere esemplarmente in quest'occasione. Ci fosse stato detto perché fosse stato necessario votare Franco Marini, forse avremmo capito, avremmo dissentito ma avremmo capito; e forse avrebbero capito i parlamentari chiamati ad esprimersi. Quello che sapevamo, al contrario, era che egli stesso ci aveva più volte istruito, dicendoci che l'elezione del presidente doveva restare fuori dalla contingenza della situazione politica e dai piani di governo. "Ti conosco mascherina" ci aveva assicurati avrebbe detto a Berlusconi.

Dall'altro lato c'erano tre o quattro nomi possibili, una rosa presentata in modo non convenzionale dal Movimento 5 Stelle: Rodotà, Zagrebelsky, Imposimato. E poi forse altri. Ritengo infatti che il PD avrebbe potuto almeno tentare una convergenza sui primi della lista e far sentire il peso della scelta (e dei tweet, e delle e-mail, e dei post, ecc...) degli elettori agli eletti del Movimento invece che ai propri, spostando la proposta da Rodotà a qualcuno degli altri, se proprio il problema insormontabile era ritenuto essere l'impossibilità di convergere su una proposta unica e secca. Certo, sarebbero stati necessari quattro o cinque scrutini in più per sondare la fattibilità della manovra. Se non lo si è fatto ritengo che possa essere per due motivi: una fretta dovuta a motivi che non ci verranno mai spiegati, e in quanto mai spiegati, probabilmente inconfessabili. Oppure la convinzione dei dirigenti PD che nessuno di quei nomi, nomi di quei personaggi irreprensibili, cultori dei diritti e altissimamente qualificati, fossero adatti alla carica. Non so quale delle due ipotesi sia più preoccupante.

Il picco massimo di delusione, a mio avviso, Bersani me lo ha inferto con la sua dichiarazione conseguente alla mancata compattezza del voto PD su Prodi. Ha parlato di "traditori". Con ogni probabilità "traditori" alquanto meschini, in effetti, perché capaci di votare Rodotà al solo ed unico scopo di confondere le acque (seguendo l'andamento delle votazioni si evince che una cinquantina di parlamentari hanno votato Rodotà solo ed esclusivamente alla quarta votazione, quella in cui Prodi ha avuto la maggioranza relativa. Non potendo essere di Sel, nonostante un penoso tentativo di farlo credere, e nemmeno tra quelli del PD che lo hanno scelto in altre votazioni, non possono che essere "agitatori" delle acque). Non è chiaro quanto Bersani si riferisse anche al giorno prima, parlando di traditori: io ritengo di sì. Fatto sta che se i padri costituenti prevedettero la votazione a scrutinio segreto è esattamente perché ritennero che il voto del presidente della Repubblica non potesse che essere totalmente libero. Anche, chiaramente, libero da vincoli di partito oltreché da vincoli elettorali. Paradossale che Bersani volesse vincolare all'indicazione del partito il voto quando ha di fatto reclamato con forza la mancanza di vincolo elettorale per le proprie decisioni.

Sunday, April 21, 2013

Re Giorgio II

Insomma, non ti viene fuori che quando sollevò il conflitto d'attribuzione con la Procura di Palermo, Napolitano stesse difendendo le proprie prerogative in quanto successore? «RILEVATO che "E' dovere del Presidente della Repubblica di evitare si pongano, nel suo silenzio o nella inammissibile sua ignoranza dell'occorso, precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce" (Luigi Einaudi)»
(cit. dal Ricorso presentato da Giorgio Napolitano I per conflitto di attribuzione di potere, avverso Procura di Palermo, presso la Corte Costituzionale in data 16 luglio 2012)

Tuesday, April 16, 2013

Un'opinione di Renzi che vale milioni di opinioni?

Da dettagli si deduce anche la cifra dello scadere della dialettica politica italiana; si deduce anche da chi questo sbiadirsi sta facendo emergere; si deduce dal modo in cui talune dichiarazioni passano del tutto inosservate. L'esempio ci viene da uno che molti prevederebbero sarebbe in grado, ce ne fosse oggi occasione, di raccogliere più consensi di qualunque altro candidato politico(*):

Ma Matteo Renzi tiene la posizione e a seguire dichiara: "Personalmente mi sembra ingiusto essere attaccato così solo per aver detto quello che penso io e che pensano milioni di italiani"
(preso da Repubblica.it)

Ingiusto per essere attaccato per un'opinione? Non dipenderà, che so, in una minima ed esigua parte da quale sia questa opinione? La seconda parte non turba di meno. Si sta esprimendo un'opinione, giusto? E in quale modo il fatto che così la pensino "milioni di italiani" si ritiene che dia sostegno ad essa? "Milioni di italiani" hanno dato sostegno in passato - facciamo il passato non recentissimo tanto per non offendere nessuno - ad opinioni ben poco corrette o condivisibili. Palesemente, non è un argomento se non è sostanziato da altri ragionamenti, se non nella misura in cui la politica diventa ruffianeria verso il popolo, o peggio verso una sua vaga porzione estratta a caso da un'urna.

(*) Nota: sto cominciando a dubitare fortemente che questa affermazione rimarrà ancorata nel reale, dal momento in cui il sindaco di Firenze sembra in questi giorni che dia un po' troppo per scontato il sostegno incondizionato dell'apparato di un intero partito e di un elettorato storico, che forse hanno una concezione un po' meno estemporanea di quel che vuol dire fare politica. Detto diversamente, sembra non rendersi conto di cosa e perché il PD abbia circa il 25% di consensi nonostante il naufragio dei partiti tradizionali e perciò pretenda di poterlo conservare stravolgendolo (disintegrandolo?). Una teoria un po' avventurosa, lo segnalo ai suoi vari spin doctor.